La “maratona” dei monaci del monte Hiei e i suoi mille giorni di cammino
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La “maratona” dei monaci del monte Hiei e i suoi mille giorni di cammino

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Da Charles-Emmanuel Pean

Pubblicato il ven 23 ottobre 2026

Aggiornato il ven 23 ottobre 2026

Sulle alture del monte Hiei, in Giappone, alcuni monaci buddhisti dedicano anni a una pratica ascetica fatta di cammino, preghiere e privazioni. Il kaihōgyō, presentato in Occidente come la maratona dei monaci, appartiene al buddhismo Tendai e impone un percorso durissimo di 1000 giorni.

Mille giorni di cammino, uscite quotidiane che possono superare diverse decine di chilometri, sentieri scoscesi, partenze nel cuore della notte e una disciplina ferrea che si estende per sette anni: il kaihōgyō ha tutti gli ingredienti di un racconto di endurance moderno. Eppure la vocazione degli uomini che ne affrontano le prove non è spingere i limiti fisici o sportivi, ma quelli spirituali. In Giappone li chiamano «monaci maratoneti». Il kaihōgyō è una forma di ascesi del buddhismo Tendai, la versione giapponese del buddhismo. Il monaco, detto gyōja, percorre un itinerario sacro fermandosi davanti a templi, santuari, alberi, sorgenti o luoghi della memoria per compiere gesti rituali e recitare preghiere. Per capire questa tradizione bisogna partire dalla storia di una montagna.

Il monte Hiei, teatro dell’ascesi

La storia del kaihōgyō è legata a quella del monte Hiei, a nord-est dell’antica capitale imperiale, Kyoto. Il monastero di Enryaku-ji è il principale centro del buddhismo Tendai in Giappone. Questa scuola, fondata all’inizio del IX secolo da Saichō, dà grande importanza alla meditazione, allo studio dei testi e alle pratiche ascetiche. Nel corso dei secoli il monte diventa un luogo fondamentale per la formazione religiosa. In questa tradizione lo sforzo fisico non è un fine in sé, ma una disciplina pensata per trasformare chi la pratica. Il cammino stesso è una pratica religiosa. Tra il XII e il XIV secolo i pellegrinaggi si organizzano attorno alle tre pagode del monte Hiei, per poi estendersi all’intera montagna. Dalla fine del XVI secolo la pratica si struttura attorno al circuito che resta il cuore del kaihōgyō contemporaneo.

Nel 1571 l’esercito giapponese rade al suolo il complesso di Enryaku-ji per contrastare l’influenza dei religiosi. La distruzione fa sparire numerosi documenti, ma la tradizione va avanti. Nei secoli il kaihōgyō resta una pratica esigente, tramandata all’interno di linee monastiche. Il monaco Sakai Yūsai, nato nel 1926, è diventato una delle figure più note della pratica contemporanea, avendo portato a termine due cicli da mille giorni. Nel 1995 aveva incontrato papa Giovanni Paolo II. Esistono molti documenti sulla vita di chi ha fatto questa scelta. Il rapporto con la sofferenza e il sacrificio è centrale. E come spesso accade in Giappone, il fallimento non è contemplabile, o solo al prezzo di un harakiri, almeno nei racconti popolari… Nel pensiero Tendai le preghiere dei monaci sono rivolte agli alberi, alle rocce, alle sorgenti, al mondo naturale. L’ascesi è concepita come pratica da bodhisattva, che cerca il bene di tutti gli esseri. Il kaihōgyō non prevede, ovviamente, né un traguardo sportivo né la vittoria su un avversario.

Mille giorni, sette anni e migliaia di chilometri

Veniamo ai numeri di questa ascesi religiosa estremamente impegnativa. Il dato più noto del kaihōgyō sono i suoi mille giorni di cammino. Nella forma più esigente, la prova segue un programma tradizionale distribuito su sette anni. Il calendario alterna periodi di cento e duecento giorni, mentre la distanza quotidiana aumenta con il progredire del percorso. La difficoltà sta nella ripetizione e nell’impegno che dura nel tempo. La tradizione prevede cento giorni di cammino in ciascuno dei primi tre anni, poi duecento giorni l’anno nel quarto e nel quinto. Il sesto anno comprende cento giornate su un percorso più lungo, prima di un settimo anno che include una nuova fase di cammino esteso attorno al monte Hiei e a Kyoto, seguita da altri cento giorni sul circuito di montagna. Il percorso iniziale è generalmente indicato intorno ai 30 chilometri al giorno. Al sesto anno la distanza quotidiana si avvicina ai 60 chilometri, o anche più… Il totale cumulato è enorme. Alcune stime riportate nella letteratura sui monaci maratoneti parlano di oltre 30 000 chilometri.

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L’abito tradizionale di un monaco «maratoneta»

La studiosa Catherine Ludvik, che ha indagato la storia religiosa del Giappone, nel 2006 contava 49 compimenti del ciclo dei mille giorni dal 1585, anno a partire dal quale la documentazione diventa più abbondante. La difficoltà non si limita al cammino, come ci si può immaginare. Dopo circa settecento giorni il programma prevede un ritiro chiamato dōiri, durante il quale il monaco resta nove giorni in un tempio, senza mangiare, bere né dormire, recitando testi e mantra. C’è però una dimensione collettiva che l’immagine del monaco solitario tende a cancellare. Se il monaco affronta da solo gran parte della pratica, questa poggia anche sul sostegno di molte persone lungo i vari percorsi, tra fedeli, guide e semplici accompagnatori.

Sui tratti che attraversano Kyoto, membri di confraternite laiche partecipano all’assistenza del monaco. Questo aiuto non è un dettaglio: ricorda che l’ascesi mantiene un legame con una comunità.

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