UTMB: intervista a Dawa Dachhiri Sherpa, primo vincitore della gara leggendaria
Nel 2003 si correva la prima edizione dell’UTMB. Non era ancora l’HOKA UTMB Mont Blanc che conosciamo oggi, diventato l’evento trail più prestigioso al mondo. Il 29 agosto 2003 il nepalese Dawa Dachhiri Sherpa vinse i 150 km con oltre due ore di vantaggio sul secondo. Nascevano due monumenti.
Dawa Dachhiri Sherpa e l’UTMB, è una bella storia. La gara di Chamonix gli ha dato una notorietà che gli ha permesso di costruire alcuni sogni, in senso letterale e figurato. Da bambino, per esempio, a 9 anni si era promesso che avrebbe costruito una casa di riposo per gli anziani del suo villaggio natale, Taksindu, a 2900 metri di quota sulle montagne intorno all’Everest, nella catena dell’Himalaya, al confine tra Nepal e Cina. Il successo all’UTMB gli ha aperto porte in Europa, che lui ha saputo trasformare in opportunità concrete, fino a realizzare davvero quella casa di riposo, entrata in funzione nel 2019. Chiunque abbia incrociato Dawa Dachhiri lo dice: è un uomo generoso, rivolto agli altri. Stabilito in Francia, oggi non corre più su distanze lunghissime, ma continua a correre e a preoccuparsi della situazione dei suoi connazionali in Nepal. L’associazione Dawa Sherpa Parrains et Marraines pour le Népal, lanciata già nel 2007 e che segue insieme alla moglie Annie, è tuttora attiva per migliorare la scolarizzazione dei bambini del suo villaggio e l’accesso alle cure.
I successi di Dawa Dachhiri Sherpa si sono costruiti, senza dubbio, anche nell’infanzia che ha vissuto. Nato in una famiglia di 9 figli, da genitori allevatori-agricoltori, dai 6 ai 15 anni segue una formazione monastica, dove gli insegnano tra le altre cose la meditazione e le arti marziali. Torna a occuparsi della famiglia alla morte del padre. È lavorando con il fratello maggiore come cuoco durante un trekking in Himalaya che Dawa Dachhiri Sherpa entra per la prima volta in contatto con il mondo del trail. Poi partecipa a una gara a tappe in Nepal, organizzata da uno svizzero e vinta proprio dal fratello, anche lui corridore. Dawa Dachhiri si fa notare con due vittorie di tappa… e incontra la futura moglie, Annie, che era in gara anche lei. Nel 1995 si trasferisce così in Europa e inizia a macinare trail e risultati, facendosi un nome. E negli anni successivi confermerà. Vince l’UTMB 2003 in 20h05’55, con oltre due ore di vantaggio sul secondo. Quel giorno il meteo era durissimo: il nepalese ha fatto parlare la testa e le gambe robuste, forgiate sui rilievi dell’Himalaya.
A quella vittoria all’UTMB 2003 seguiranno molti altri successi di prestigio: Grand Trail des Templiers 2005, 6000D 2007 e 2009, TDS 2012. In totale Dawa Dachhiri Sherpa ha vinto più di 100 gare, tra cui la prestigiosa gara a tappe Annapurna Mandala Trail (2002), in casa. Fine agosto 2012 racconta bene solidità e carriera del nepalese: tre giorni dopo una vittoria al Grand Raid des Pyrénées, vinceva la TDS. Robustezza incredibile. Dawa Dachhiri Sherpa ha anche una particolarità: ha partecipato a tre edizioni dei Giochi Olimpici (2006 a Torino, 2010 a Vancouver e 2014 a Sochi), dove era l’unico rappresentante del suo Paese, nel… fondo. Il nativo di Taksindu non aveva mai messo gli sci ai piedi prima che il comitato olimpico nepalese gli chiedesse di partecipare ai Giochi del 2006, con la scusa che poteva allenarsi sulle montagne svizzere. Dawa Dachhiri l’ha presa sul serio, si è allenato duramente e ha portato a termine tutte e tre le prove.
A pochi giorni dall’evento mondiale HOKA UTMB Mont Blanc 2026, la leggenda dello sport nepalese ha accettato con gentilezza di tornare ai suoi ricordi del 2003, raccontando anche i progetti di questo periodo.
Dawa Dachhiri, che ricordi conserva di quella vittoria all’UTMB 2003?
Un ricordo grandissimo, ovviamente. Mi tornano in mente tante immagini quando ci ripenso. All’epoca non avevo mai corso una distanza così lunga, quindi ero arrivato semplicemente per fare del mio meglio, senza puntare a qualcosa in particolare. La partenza a Chamonix alle 4 del mattino, l’arrivo, i ristori; che erano meno numerosi di oggi: sono momenti stampati nella memoria. L’arrivo a Chamonix, tardi la sera, sotto la pioggia, è stato incredibile. Era tardi, il tempo era ancora pessimo, e una decina di bambini di Chamonix ha corso con me dall’uscita del bosco fino al traguardo: stupendo. Anche parlare con tutti i volontari, ricevere le loro attenzioni, sono ricordi bellissimi.
Quell’anno l’UTMB festeggiava la sua prima edizione, spinta dall’energia di Catherine e Michel Poletti…
Sì, eravamo circa 700 alla partenza a Chamonix; e 70 all’arrivo; sotto una pioggia fine e fredda. Non c’entra nulla con l’evento di oggi, che raduna così tanti runner. Sono contento che la disciplina abbia fatto questo salto, anche se il fenomeno moda mi preoccupa un po’. Bisogna tenere a mente il piacere di correre sui sentieri, non per forza la prestazione. In ogni caso è una cosa molto positiva che così tante persone abbiano iniziato a correre. È meglio che andare al bar!
Direbbe che l’UTMB è la sua vittoria più bella nel trail?
Una delle più belle, di sicuro. È una vittoria che mi ha dato tante opportunità in Europa in seguito: è importante nella mia storia. Vincere il Grand Trail des Templiers nel 2005 è stato incredibile anche quello. A prescindere dalla distanza, ho avuto la fortuna di correre tante gare bellissime, con un’atmosfera familiare, condizioni di gara perfette. Anche nelle gare in cui mi sono ritirato, ho dei bei ricordi. È tutta esperienza. Una gara va come deve andare: io lo accetto così com’è. Non ho mai corso per vincere.
Nel 2008 arriva secondo dietro al gigante Kilian Jornet, allora 21enne…
Potrebbe essere mio figlio! Non c’era competizione tra me e lui, anche se quel giorno ce la siamo giocata (ndr: Dawa Dachhiri Sherpa ha chiuso secondo in 21h56’52, un’ora dietro allo spagnolo). Io lavoravo come muratore in cantiere durante la settimana, cinque giorni su sette, con orari pesanti: non avevamo minimamente la stessa realtà. Era normale finire dietro di lui.
Molte persone che l’hanno incrociata durante la carriera parlano della sua capacità di ascoltare il corpo e rispettarlo…
Per me una gara di lunga distanza è un’esperienza, uno studio sul mio corpo, sulla mia alimentazione… L’educazione ricevuta al tempio mi ha dato questa capacità di ascoltare il corpo, le sensazioni. Questa alimentazione funziona meglio di un’altra? Digerisco meglio? Cerco di dare il massimo senza andare fuori giri. Se va bene, bene; altrimenti pazienza. Ho sempre rispettato il corpo, i dolori. Dal 2013 al 2016 ho avuto problemi alle ginocchia che mi hanno dato molto fastidio. Dopo un anno di convalescenza ho consultato un medico che mi ha detto che potevo ricominciare a correre. Io però avevo altre sensazioni, mi dicevano di aspettare ancora. Non mi sentivo più in grado, fisicamente, di affrontare distanze così lunghe senza farmi male. Ho aspettato altri due anni prima di riprendere, ma oggi corro su distanze più corte, distanze da gente normale (ride).
Anche il suo approccio mentale è molto apprezzato…
Quando corro una gara non penso mai alla vittoria. Corro per me. Ho sempre cercato di combattere l’invidia e la gelosia, che portano negatività. E la negatività pesa sul corpo. Quando sei concentrato su te stesso, sulle sensazioni, sei più presente a ogni passo e fai i gesti giusti. Se invece sei concentrato su un avversario, per esempio, smetti di fare le cose nel modo corretto. Quando arriva un momento di calo, un respiro profondo, lo sguardo lontano, e si riparte. La positività dà tanta forza. Per esempio, quando c’è brutto tempo, un momento duro, ricevere o dare un sorriso attenua un po’ le difficoltà, i dolori…
Le gare di lunghissima distanza non le mancano più di tanto?
(sicuro di sé) Per niente. Sono perfettamente a mio agio con quello che la vita mi offre oggi. Ci sono così tante cose da fare. Dopo questa intervista andrò a lavorare nel nostro giardino, c’è da fare (sorride). Raccoglierò pomodori, toglierò un po’ di erbacce… È una cosa importante per me, mi riporta alla vita che conoscevo in Nepal. È molto rilassante. Ho smesso con le lunghe distanze nel 2012, dopo la vittoria alla TDS. Da allora faccio soprattutto gare tra 15 e 50 km, quelle con cui mi diverto. Non dico di no a una 70-80 km se ho un periodo che mi permette di prepararla come si deve.
Fuori dal lavoro, una parte del suo tempo è dedicata alla comunità in Nepal…
Cerco di tornare in Nepal almeno una volta all’anno. Quando ci sono progetti di costruzione che richiedono attenzione, ci passo ancora più tempo. Ho creato una piccola associazione che ci permette di fare le cose insieme e contare un po’ di più. Da soli non si fa nulla. Grazie a tante persone, negli anni siamo riusciti a costruire un convitto per i ragazzi e un centro di accoglienza per gli anziani della nostra zona. Approfitto di questa intervista per ringraziare tutti quelli che ci hanno aiutato, e chi è entrato nell’associazione. È grazie a loro se abbiamo realizzato cose belle e speriamo di farne ancora. Nel nostro centro studiano circa cento bambini. Siamo molto contenti perché funziona bene, il progetto è vivo. Ogni volta che possiamo migliorare la vita dei bambini, lo facciamo, con i mezzi che abbiamo.
//// AGGIORNAMENTO del 3 settembre 2026
Il 26 agosto scorso, una piena improvvisa dovuta al crollo di un versante di montagna e di un ghiacciaio ha devastato la valle della Trishuli in Nepal, causando numerose vittime (1.259 morti e più di 5.000 dispersi al 3 settembre) e lasciando molte famiglie in grave difficoltà.
Dawa Dachhiri Sherpa e la sua associazione Parrains et Marraines pour le Népal hanno lanciato una raccolta fondi per aiutare le persone sul posto. Qui per donare: https://www.dawasherpa-asso.org/urgence-nepal/.
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