The Speed Project, la corsa fuori dagli schemi
Tra Los Angeles e Las Vegas, in mezzo al deserto, c’è una gara che non assomiglia a nessun’altra. Niente iscrizione ufficiale, niente percorso segnato, nemmeno un regolamento. The Speed Project è un’avventura clandestina, quasi segreta, che ogni anno richiama runner da tutto il mondo.
Fuori dagli schemi: straordinario, insolito, raro, bizzarro, notevole, fuori dall’ordinario, senza eguali; incomparabile, senza pari, senza equivalenti, ineguagliabile, senza precedenti. A questa lista di aggettivi si potrebbe aggiungere “inimitabile”: calza a pennello con il Speed Project. Nato nel 2013 nella testa del tedesco Nils Arend, l’evento ha visto la sua prima partenza “ufficiale” nel 2014. Cosa rende questa corsa un oggetto a parte, oltre ai 500 chilometri da coprire tra Los Angeles e Las Vegas? The Speed Project non ha un sito ufficiale, non esiste un’iscrizione e non ci sono regole fissate per percorrere la distanza tra le due città americane. Libertà totale: scelta del tracciato, numero di runner, cambi… È questo che la rende unica. Come quando, nel cuore della notte, per entrare in un locale selezionato serve l’aggancio giusto: qui l’accesso passa da un link WhatsApp privato. La selezione, a quanto pare, si gioca su una sola domanda: perché vuoi correre The Speed Project? L’accostamento tra notti e running nasce dal passato di Nils Arend, che per anni ha macinato nottate nella Berlino clubbing. Ne riparliamo più sotto…
È affascinante vedere come, in un mondo dove l’underground sembra fuori moda, riesca a rimettersi in piedi e a mutare attorno a uno dei fenomeni sociali più in vista in Occidente: la corsa. A volte paragonato al Burning Man, il festival che ogni anno prende vita nel deserto del Nevada, The Speed Project mette insieme festaioli, artisti, sportivi in cerca di una certa anarchia, nel senso di assenza di regole. « Non significa che si possa infrangere la legge, precisa Nils Arend in un’intervista del 2021, ma l’evento non è autorizzato ufficialmente, non c’è un permesso. Se la polizia ti ferma, dici semplicemente: “Siamo un gruppo di amici che corre fino a Vegas”.
The Speed Project è un’avventura grezza, che somiglia al suo fondatore-artista. Ve lo lasciamo scoprire sul profilo Instagram della corsa.
Una corsa che non dovrebbe esistere
The Speed Project ha una vera originalità nel grande panorama della corsa moderna. Né omologato né davvero autorizzato, funziona all’opposto di tutto ciò che conosciamo nelle grandi prove internazionali. Eppure, per i runner che hanno la fortuna di parteciparvi, l’evento è già leggendario. Il principio è semplice, almeno in apparenza: coprire i 500 chilometri tra il Santa Monica Pier e il celebre cartello Welcome to Fabulous Las Vegas. La maggior parte delle squadre corre a staffetta, di solito in sei, con un van che segue il gruppo attraverso il deserto. Ma la regola più importante è proprio che di regole ce ne sono pochissime. Non esiste un percorso ufficiale. Ogni team sceglie la propria rotta. C’è chi punta sulle strade più veloci, chi prova linee più dirette ma più ostili. Unica consegna: arrivare a Las Vegas il più in fretta possibile.
L’edizione 2026 di The Speed Project ha segnato una svolta, soprattutto nel formato solo, con un nuovo record impressionante firmato dal brasiliano Gabriel Bastos Barros, alias Biel per gli amici. Questo runner tatuato ha chiuso in 67 ore e 15 minuti, la miglior prestazione mai vista su questa distanza in solitaria. Artista e ultrarunner di base a Berlino, Biel incarna l’ADN sperimentale della gara. Un vincitore nato per scrivere il suo nome nel Speed Project. Un vincitore targato Hoka, prova che l’underground non resta tale a lungo…
I runner attraversano distese desertiche sferzate dal caldo. Corrono accanto ai camion che sfrecciano su lunghissimi rettilinei, incrociano cani randagi nel nulla… Un’esperienza unica: libertà totale in mezzo a una natura selvaggia e dura, una parentesi in cui le regole di tutti i giorni smettono di contare.
Nils Arend, dai rave alle race
Dietro questa avventura fuori norma c’è un personaggio che ama coltivare il mistero: Nils Arend. Nato in Germania, si è trasferito in California una quindicina d’anni fa. All’epoca parla a malapena inglese e ha pochi soldi. Per scoprire Los Angeles comincia a correre. Tanto. Il suo rapporto con la corsa è già una forma di disobbedienza: « In collegio uscivamo di notte per fare festa. Con i miei amici nascondevamo vestiti da running nei cespugli prima di uscire. Al mattino tornavamo, ci cambiavamo e facevamo finta di essere andati a correre.
Negli Stati Uniti frequenta soprattutto surfisti e creativi, lui che lavora nella pubblicità. Rispondendo a un amico che gli propone di organizzare una corsa, parte con il suo primo viaggio su strada: Long Beach – Manhattan Beach (56 chilometri). « Quello che mi piaceva era attraversare paesaggi diversi: i porti industriali, le scogliere di Palos Verdes, le città di mare… » racconta Nils Arend. Poi un giorno lancia l’idea: « E se corressimo fino a Las Vegas? ». Siamo nel 2013: è l’inizio del Speed Project. Alla partenza ci sono 6 runner. L’anno dopo l’esperienza si ripete con più squadre. Oggi l’evento attira partecipanti da oltre trenta Paesi. Ma Arend ci tiene a proteggere lo spirito originario. Ancora niente sito web. Nessun modulo d’iscrizione pubblico. Nessuna pubblicità.
Cosa dobbiamo pensare di questa scelta, fatta da un ex pubblicitario che ha lavorato in diverse agenzie tra Germania e Stati Uniti?
L’unica porta d’ingresso passa da lui. Gli inviti viaggiano quindi per passaparola o via WhatsApp. Per Arend non è solo una prova sportiva: è una sottocultura, un altro modo di pensare la corsa. L’estetica punk, ereditata dagli anni in cui organizzava rave in luoghi abbandonati in Germania, impregna tutta l’avventura. Alla riunione di partenza accoglie i runner davanti a una porta con una scritta fatta di nastro adesivo blu: « F--- you and your rules » Nel briefing pre gara, l’atmosfera è decisamente berlinese.
Un’avventura che ti mette a nudo
Ogni anno, runner da tutto il mondo rispondono alla chiamata. Maratoneti navigati, influencer, attivisti, artisti… Alcuni arrivano con ambizioni sportive, come Biel quest’anno. Altri vogliono solo vivere l’esperienza. Ma tutti condividono la stessa curiosità: capire cosa succede quando corri per decine di ore senza dormire. Nel deserto, la fatica fa da rivelatore. I silenzi si allungano. Le emozioni affiorano senza preavviso. E poi ci sono quei momenti sospesi che solo i grandi viaggi sanno regalare. Un’alba su una strada vuota del Nevada. Il vento sull’asfalto rovente. La sensazione strana di correre in mezzo al nulla, con attorno solo pochi amici. I grandi spazi americani custodiscono questi tesori e continuano ad attirare chi cerca una certa idea di libertà.
The Speed Project sfida tempo e spazio. E ci dà un’irrefrenabile voglia di scoprire fin dove può portarci questa strada che scompare nel deserto.